Garden City, USA 1990

Si poteva forse tralasciare l’America, il sogno per eccellenza: no di certo. La cosa più interessante, però, è vedere come il “sogno dorato” prenda le forme, più contraddittorie ed affascinanti, della realtà.

“Ancora non me ne sto rendendo davvero conto, ma l’aereo su cui sto viaggiando mi sta portando “dritto dritto” alla città più grande degli Stati Uniti d’America: New York! (…) So già che questa esperienza mi sta davvero aiutando: a crescere, ad avere una mente più aperta, a divertirmi davvero tanto ed a stimare di essere sempre più orgogliosa della mia Italia. Sento già che mi mancherà un po’ il mio Paese…ma mi rassicura sapere che il mio stivale tricolore non si sposta.” (Fiorella)

“Garden City è come uno dei grandi film di Hollywood: ogni angolo, ogni ponte, ogni statua o museo è un attore che contribuisce allo spettacolo che è questa città…Anche le strade sporche di Chinatown, pure i teppisti che, malvisti, dissuadono molti turisti dal sogno proibito di vedere New York by night” sono inseriti in una grande spettacolarità che permette a Nwe York di rimanere mitica. Ma questa è l’immagine, l’apparire, di cui il turista superficiale si accontenta”. (Paolo, 17 anni)

“L’altro giorno quando eravamo sulla statua della libertà io ho ammirato lo splendido paesaggio e ho detto che gli americani erano molto fortunati ad avere tutto questo, ma la mia sorellina mi ha risposto in una maniera sorprendente: “Voi siete doppiamente fortunati perchè noi americani abbiamo il presente e il futuro, voi avete anche il passato!” (Barbara, 17 anni)

“Insieme a noi in attesa del treno, il popolo dei viaggiatori: giacca, cravatta e ventiquattrore gli uomini, le donne, invece, impeccabili nei loro smilzi tailleurs. Curiosa ci sembrava però la scelta delle calzature femminili: scarpe da ginnastica  e calzettoni bianchi (solo più tardi avremmo ravvisato in questo, il primo, seppur pedestre, esempio del pragmatismo americano).” (Chiara, 18 anni)

“…al contrario di molti altri americani che credono che gli Stati Uniti siano il fulcro del mondo, loro si rendono conto che l’America non è il sogno dorato che molti si ostinano a pensare che sia, ma una realtà, dove non tutti sono ricchi e felici (…) credo sia un’esperienza stupenda essere amati così da persone che mi hanno appena incontrata, che vivono dall’altra parte del mondo, che mangiano diversamente e pensano diversamente.” (Barbara)

La partenza è stata triste, ma non è un addio: ci rivedremo. Io li ho invitati in Italia (tutta la famiglia) e loro mi hanno invitata in America. La cosa più brutta di questi scambi è che ti fai degli amici che non potrai vedere per lungo tempo o forse mai più…è molto triste.” (Lisa)

Ti ho vista, New York. (…) Per fortuna una mattina sono riuscito a lasciare a casa il gruppo un po’ rumoroso e sono venuto a trovarti con una sola e preziosa compagna, e finalmente, sottovoce, ti ho parlato. E’ stato il giorno in cui ho scoperto, insieme alla tua personalità, la tua poesia, lontanissima da quella raccontata, preziosa perché inaspettata” (Luca)

“Eh sì, è proprio vero, ormai stiamo per ritornare in Italia, tra persone che parlano “l’italiano” (…) fra lacrime e baci siamo entrati in sala d’aspetto e gli americani se ne sono andati, ed ora ci restano solo i ricordi (…) so già che quando torneremo a casa ci ricopriranno di domande e so che per noi sarà molto difficile rispondere (…) l’America non è un sogno, ma una realtà, in cui le persone vivono, provano sentimenti e sperano” (Barbara)

“A New York c’è persino un quartiere dove la polizia si rifiuta di entrare per paura di rimanere uccisa durante una qualche battaglia tra bande organizzate! È il BRONX! Ma a un passo da questo quartiere malfamato c’è un oasi di pace e tranquillità: lo zoo del Bronx. Il bello di New York è proprio questa miscela di elementi contrastanti tra loro che uniti hanno un fascino irresistibile! I love New York!.” (Simona, 16 anni)

E gli americani che dicono della nostra Bologna?

“I have had a wonderful enjoyable experience here in Italy (…) It is quite nice to see another country and to experience a family in another part of the world” (Carolyn Kallen)

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