Sunshine Beach, Australia 1996

Paese che vai, usanza che trovi…e abitudine che sviluppi: perché l’importante è sapersi adattare e cogliere l’essenza di ogni tradizione diversa dalle proprie!

“Perché ci trovavamo in campagna, non arrivava acqua alla casa se non con un camion, e generalmente era l’acqua piovana a soddisfare tutti i nostri bisogni. In mancanza di bidet, si era invitati a fare almeno una doccia al giorno, e con nostro grande stupore vedevamo camminare scalze le persone sul marciapiede, in banca, al supermercato, come se fossero in casa loro. Tutto il paesaggio pareva che avesse cambiato scala, le piccole case dei paesi italiani trovavano il corrispondente nelle loro ville, il nostro cortile nei loro enormi giardini e tutte le strade, anche le meno importanti, avevano il doppio delle corsie delle nostre. Ma in proporzione aumentavano tutte le distanze, e mai si poteva andare da qualche amico o in qualche negozio in meno di un quarto d’ora o mezz’ora”.

“(…) Io credo che l’Australia sia vicina come mentalità e cultura all’Europa. Questa bellissima esperienza ci ha arricchiti non solo come conoscenza dell’inglese, ma anche a livello personale, in quanto nel confronto con diverse abitudini ed idee si impara ad apprezzare e a migliorare lo stesso nostro modo di vivere” (Micol)

Ma come faremo 20 giorni a parlare inglese con degli sconosciuti che ci faranno migliaia di domande? Allora via con le prime “prove” in inglese, tutti sfoderiamo le nostre armi: mini vocabolarietti formato tascabile e frasi fatte del tipo “nice to meet you” che sono già una conferma delle nostre capacità comunicative!” (Chiara)

Non so se tornerò un’altra volta qui, non so se avrò la possibilità di spingermi di nuovo così lontano da casa, ma credo che continuerò a viaggiare, a scoprire nuove culture e nuovi posti lontani, perché la lontananza mi spaventa, ma nello stesso tempo mi attira” (Francesca Marchetti)

“Non è possibile riassumere ciò che ognuno di noi si aspettava di trovare in Australia, le immagini che ci eravamo costruiti di quel paese così lontano erano come puzzles confusi, insiemi di fotografie, documentari, qualche nozione di geografia, molti “sentito dire”, e naturalmente le nostre più fantasiose speranze. Ora possiamo dire che, per quanto ambiziose fossero, non sono state deluse, anzi, il più delle volte la realtà ha superato i nostri sogni. L’entusiasmo con cui eravamo partiti non si è andato affievolendo con il passare dei giorni, ma si rinnovava sempre aumentato dalla continua scoperta di stupefacenti differenze ed inaspettate somiglianze. Tra di noi è diventato velocemente un gioco, quasi una gara, trovare le più interessanti novità, così quando ci incontravamo avevamo sempre nuovi aneddoti e divertenti curiosità. Il primo vivace argomento di discussione è stato il cibo, dai piatti sconosciuti all’irregolare distribuzione dei pasti, dalle tipiche colazioni da lupi affamati di cereali e toast ai pranzi frugali con una mela e un panino, per finire spesso con il domandarsi come possano resistere a tanti dolci, burro, caramelle e cioccolate senza diventare dei barili. Abbiamo sentito la mancanza di pizze, di pasta, di un buon toscano, ma a questo eravamo preparati. Lo stupore per me derivava dalla mancanza di acqua durante i pasti, come pure abbiamo sempre fatto a meno di tovaglie e tovaglioli per usare tavolette di plastica più comode da pulire. Nella mia famiglia non si usava sciacquare i piatti dopo averli lavati, venivano semplicemente riposti con il detersivo che pian piano evaporava. Agli amici qui è concesso quasi tutto, e d’altra parte penso che sia questo il genuino sentimento dell’amicizia che nel vecchio mondo forse si è perso con gli anni”. (Massimo)

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