A cosa serve la rete? L’esempio di Flashgiovani presentato da Giovanna Cosenza

Si parla tanto oggi – e lo si fa più o meno dal 2005 – dell’importanza del web 2.0 e dei social media per lo sviluppo economico e sociale di un paese.

[…] In Italia la cultura di rete fa ancora fatica a mettere radici che siano da un lato solide e profonde, dall’altro diffuse e capillari. Il che accade anzitutto per il divario digitale, che in Italia è più grave che altrove, visto che solo il 58,4% degli italiani accede a internet, contro una media del 63,2% in Europa e del 78,6% in nord America
(fonte: www.internetworldstats.com, marzo 2013). Ma accade anche per una difficoltà culturale, non solo italiana, ma particolarmente spiccata nel nostro Paese: in rete conta la cura dell’altro/a, conta la capacità di dimenticare l’io e mettere al centro il tu; in rete occorre sempre chiedersi: ciò che sto dicendo e facendo può essere interessante e utile per qualcuno?

[…] Sto pensando a una prospettiva di business avanzato: è infatti partendo dall’offerta di servizi del tutto gratuiti e centrati sugli utenti che aziende come Google, Facebook e Twitter sono diventate i colossi multinazionali che sono. Ed è sulla stessa base che oggi chiunque può far nascere da un’idea, piccola o grande che sia, prima una comunità e poi un lavoro, un’impresa, un cambiamento politico e sociale, un progetto avveniristico.

[…] L’esperienza di Flashgiovani, […] nacque alla fine degli anni Novanta presso l’Ufficio Giovani del Comune di Bologna e che ancora oggi, a distanza di quasi quattordici anni, vive e prospera. Conosco bene Flashgiovani perché fra il 1999 e il 2000, quando ancora non insegnavo in università, ebbi la fortuna di partecipare come consulente alla sua ideazione. C’era allora un web molto diverso da come lo conosciamo oggi, un web fatto soprattutto di siti statici e di portali, ma già ci muovemmo, nel concepire Flashgiovani, esattamente come si deve fare oggi se si vuole che un progetto sia sostenibile, abbia senso e duri nel tempo. Non ci si limitò infatti a pensare a un portale dotato di un’architettura dell’informazione che fosse usabile e rispecchiasse in modo il più possibile coerente e completo la ricchezza di servizi che il Comune di Bologna offriva allora ai giovani, ma: 1 si mise in piedi una redazione dedicata; 2 le si trovò una sede fisica; 3 la si arredò con tutte le dotazioni hardware, software e di rete necessarie; 4 si pensò a come organizzare il personale che avrebbe lavorato in redazione; 5 si attivò una  collaborazione con l’Università di Bologna e con altri atenei, che garantisse un flusso continuo di giovani che facessero lo stage a Flashgiovani; 6 si ottimizzarono i rapporti con il territorio facendo leva sull’organizzazione del tessuto sociale esistente: quartieri, circoli,  centri sociali, associazioni, strutture varie del Comune, della Provincia di Bologna e della Regione Emilia-Romagna; 7 si integrò l’insieme di queste attività con i soggiorni di studio all’estero e gli scambi internazionali organizzati dall’Ufficio Giovani del Comune di  Bologna; 8 si fece in modo, infine, che la redazione di Flashgiovani non si limitasse a  produrre contenuti da pubblicare sul portale secondo la logica del broadcasting all’epoca dominante, ma fungesse da snodo per raccogliere e gestire contenuti multimediali che  provenissero periferia del territorio e della rete, da giovani in carne e ossa che li  progettassero, li creassero e fossero interessati a condividerli in rete. Si seguì insomma la  logica del web 2.0 ancora prima che il nome esistesse; si diede centralità agli user  generated contents quando ancora non si parlava in questi termini; si costruì una  community che intrecciasse attività online e offline, prospettive locali e globali, in un momento storico in cui le aziende e le istituzioni si limitavano a creare siti web statici.
Giovanna Cosenza

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