Federica Tarabusi: destinazione Tuzla, il racconto in prima persona del Festival dei giovani artisti

È quasi agosto e l’aria torrida che si respira sotto i portici di Bologna quasi toglie il fiato. Fortunatamente si parte all’alba. Ore 5.30 ritrovo all’autostazione, dove un pullman pronto a partire per la ex Jugoslavia sta attendendo un gruppo di giovani coivolti nella realizzazione di un festival internazionale.

Destinazione: Tuzla.

Ancora fanno eco nella mia mente le parole fastidiose di un amico che qualche giorno prima della mia partenza aveva commentato: “A Tuzla? Ma che vai a fare? Bè…per lavoro immagino, se dovevi andare in vacanza perché non la Croazia?”. Fortunamente un’altra amica lo aveva messo a tacere ricordandogli che la Bosnia era stata per lei una piacevole destinazione turistica e che io negli ultimi anni avevo spesso pendolato dall’Italia alla ex Jugoslavia con l’obiettivo di condurre la ricerca di dottorato in antropologia. Inutile dire che quegli anni mi avevano permesso di stringere un rapporto profondo con le memorie dei luoghi e con i suoi abitanti e che questo vissuto plasmava il modo attraverso cui ora mi accingevo ad affrontare un nuovo viaggio. In quella umida mattina d’estate, però, si ripartiva con uno spirito diverso da quello della indagine di campo, guidata dal desiderio di comprendere e dalla ricerca di un rapporto intimo con i luoghi. Questo viaggio acquisiva il sapore di un’esperienza nuova, simile non solo a quella del turista che vuole tornare a percorrere destinazioni a lui familiari, ma anche a quella di chi vorrebbe vedere quei luoghi riappropriarsi di una dignità storica che le vicende degli anni Novanta hanno brutalmente offuscato.

L’idea del festival Kaleidoskop era nata proprio con questo obiettivo, quello di restituire alla comunità di Tuzla quel patrimonio di convivenza e pluralismo che le atrocità delle “pulizie etniche” e dei nazionalismi hanno minacciato, portando alla progressiva dissoluzione della ex Jugoslavia. Le tragiche vicende balcaniche sono state, infatti, presentate al mondo come il risultato spontaneo di rivalità primordiali tra popoli, rispolverando vecchi miti e “discorsi sull’orientalismo” che hanno storicamente immaginato i Balcani come la “polveriera d’Europa”. Letture fondate sull’oblio di una memoria culturale e sulla brutale negazione di un passato in cui la maggioranza della popolazione si definiva jugoslava e le relazioni di solidarietà tra individui appartenenti a diversi gruppi etnici erano parte profonda della vita sociale della comunità. Con queste premesse, la municipalità di Tuzla aveva accolto senza esitazioni la proposta di realizzare un festival internazionale delle arti e aveva sottolineato l’importanza di riportare lo scambio e il dialogo al centro della comunità locale. Numerosi e di diversa natura erano stati i momenti di confronto che nei mesi precedenti alla realizzazione del festival avevano coinvolto l’Università e il Comune di Bologna, la municipalità di Tuzla e altri attori partner del progetto CulTure.

A lungo c’eravamo interrogati sulla nozione di dialogo e su una visione di arte che, diversamemte da quella che solitamente viene fruita da un pubblico “di nicchia”, diviene nell’idea del festival un patrimonio collettivo della città e dei giovani provenienti da diverse parti del mondo, arriva nelle piazze, scende nelle strade per essere accolta dall’intera comunità. Se è vero che l’arte non conosce confini, limiti e non ammette esclusioni, margini, il festival dell’arte c’era apparso un’opportunità unica per restituire almeno in parte quell’eredità storica di convivenza sociale e multiculturale che da sempre aveva caratterizzato il contesto locale.
Federica Tarabusi

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