Focus Egitto
Dopo quasi trent'anni al governo, Hosni Mubarak vede il suo potere vacillare definitivamente. L'Egitto, in seguito ad una forte protesta partita dal basso, brucia infatti da quasi due settimane. Quale l'impatto sull'area medio-orientale? Quali gli scenari possibili?
Per cercare di rispondere a questi quesiti, Flashgiovani ha intervistato Francesca Biancani che insegna Storia e Istituzioni dei Paesi del Mediterraneo presso la Facoltà di Scienze Politiche di Bologna.
L'emergere di questa forte protesta in Egitto sembra essere stato un fulmine a ciel sereno per il mondo occidentale. D'altronde il regime del "Faraone" era uno dei più stabili nell'area. Da quanto tempo, secondo lei, il regime di Mubarak aveva i giorni contati o si è trattato invece di un cambiamento repentino che non poteva in alcun modo essere previsto?
Chiunque conoscesse almeno un po' la situazione egiziana, la crisi sociale endemica in cui versava il paese, le gravissime situazioni economiche in cui versa buona parte della popolazione, l'assoluta corruzione e inadeguatezza del regime di Mubarak e la mancanza di reali spazi di espressione democratica che andassero al di là delle liberalizzazioni cosmetiche introdotte dal regime negli ultimi anni non poteva farsi alcuna illusione sul fatto che l'Egitto non fosse altro che una gigantesca bomba a orologeria.
Proviamo a tracciare una sorta di identikit degli anti-mubarak. Da chi è composta la folla che riempie piazza Tahrir da quasi oramai due settimane?
Quella che a mio parere costituisce l'aspetto particolarmente significativo dei moti a cui stiamo assistendo in questi giorni è sicuramente il carattere decisamente "dal basso" delle proteste, che si sono diffuse tramite il passaparola su blog e social network in maniera spontanea e non organizzata. L'opposizione al regime di Mubarak è quindi estremamente variegata e composta al suo interno e comprende attori politicamente strutturati come i Fratelli Musulmani, non riconosciuti come partito per la loro piattaforma islamista ma di fatto tollerati, liberali, comunisti ed altri gruppi, questi veramente innovativi, che incarnano la società civile nel loro complesso. Ci sono network di giovani attivisti che si chiamano "kifaya" (letteralmente: Basta!") e "6 Abril" (6 aprile in riferimento alla data delle dimostrazioni organizzate dagli operai dell'importante centro tessile di Mahalla al Kubra nel 2008). Condividono una agenda di libertà, giustizia ed equità sociale, ma non solo formalmente politicizzate nel senso di essere organicamente legate, come gruppi giovanili, a partiti politici istituzionalizzati. Hanno perciò una leadership acefala e fluida, come tipico della spazio all'interno del quale si inserisce il loro dibattito, la blogosfera. Ma ancora più in generale le manifestazioni sono state animate da persone normali, uomini, donne, studenti e studentesse, disoccupati, dipendenti statali, piccoli commercianti che vivono di mercato formale e informale, tutti accomunati da profonda frustrazione e scontento contro il regime.
Una delle maggiori incognite è costituite dall'esercito. Non ha represso le manifestazioni ma non ha nemmeno impedito alle forze pro-Mubarak di attaccare la folla. Che ruolo avrà, a parer suo, nel processo di transizione?
Sicuramente un ruolo importante, la cui esatta natura è difficile da stabilire con chiarezza ora, data la fluidità della situazione. Finora l'esercito ha tentato un sottile gioco di bilanciamento tra i manifestanti, cercando di non alienarsi totalmente la popolazione, e il regime, con il suo apparato repressivo composto dalle forze di sicurezza. L'azione che i militari stanno cercando di svolgere è quella di arbitrato, al fine di garantire una transizione "ordinata", ma come dicevo è difficile prevedere ora quali saranno gli outcomes.
Quali sono le personalità di spicco in ballo per il post Mubarak? Chi secondo lei avrà la meglio e perchè? In particolare qual è la sua opinione sul leader dell'opposizione El Baradei?
E' molto difficile dire ora chi si porrà alla guida di un processo di transizione, scalzando Mubarak dalla sua posizione di leadership ormai completamente esautorata. El-Baradei, pur costituendo una figura sicuramente di spicco e assai accreditata a livello internazionale, non credo possa aggregare le masse intorno a se e costituire un leader realmente rappresentativo per tutta la popolazione egiziana.
Gli USA hanno invitato Mubarak a lasciare spazio al cambiamento. Come mai questa decisione di "scaricare" il vecchio alleato? Non c'è il timore di perdere influenza in un'area così delicata?
L'influenza verrà definitivamente persa se deciderà di ignorare il messaggio che viene dalla piazza araba. Gli stati Uniti hanno una necessità assoluta di disengagement da quell'anacronistico e tragico personaggio che è oggi Hosni Mubarak. D'altra parte è un fatto anche che la protesta non sia stata animata, diversamente dall'esperienza iraniana del '79, da virulenti sentimenti antioccidentali o anti-israeliani. Non abbiamo visto bandiere a stelle e strisce o con la stella di David bruciate in Piazza Tahrir, ma gente che manifestava veramente per cambiare le proprie condizioni di vita come cittadini del proprio paese. Gli USA farebbero meglio a sostenere questa genuina richiesta di partecipazione politica.
Israele sembra non aver preso bene l'allontanamento dell'amministrazione Obama dal rais dato che quest'ultimo rappresentava un polo anti Hamas e quindi una garanzia per lo Stato ebraico. Come valuta questa evoluzione?
L'atteggiamento di Isreale è chiaramente comprensibile, data la centralità del problema securitario per il Paese. D'altra parte continuare a sostenere un leader impresentabile come Mubarak non farebbe che andare a favore dell'estremismo creando una iranizzazione del conflitto che non credo sia tra gli effetti auspicati né dagli USA né da Israele.
Intanto, negli Stati Uniti, sembra aleggiare su Obama lo spettro del 1979, anno della rivoluzione in Iran, e delle difficoltà di Carter a gestire la situazione. E' un paragone credibile a parer suo?
Credo che ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni in Egitto e rivoluzione iraniana non abbiano nulla in comune se non la straordinaria partecipazione popolare. Non corriamo il rischio di una khomeinizzazione della situazione egiziana, in un paese dove i Fratelli Musulmani, incarnano un islamismo moderato disposto a partecipare al gioco politico secondo le regole del gioco. Penso che Obama dovrebbe dal canto suo farsi promotore sincero e senza compromessi della reali volontà di cambiamento ed emancipazione di un popolo sotto dittatura da decenni.
Il mondo arabo è in subbuglio. Tunisia, Algeria, Egitto. Tutto sta cambiando. Si tratta di proteste indipendenti l'una dall'altra o c'è una ragione di fondo che le lega?
C'è una ragione di fondo che le lega ed è, sotto gli occhi di tutti, il chiaro fallimento del progetto di ristrutturazione politica del Medio Oriente guidato dagli Stati Uniti all ‘indomani della dissoluzione del blocco sovietico. Le liberalizzazione cosmetiche, in alcuni casi solo economiche in altri piu inclusive a livello sociale, promosse dagli USA in paesi considerati fedeli alleati nella gestione della sicurezza regionale, non sono hanno fallito nel preseguire il proprio obbiettivo, quello di contenere il dissenso e la frustrazione nazionale, ma hanno anche creato in parte il lessico politico in cui le opposizioni potranno battersi per il proprio self-empowerment.
A proposito dei focolai di rivolta scoppiati nel Mediterraneo vi proponiamo il video realizzato da Codec Tv in cui Romano Prodi e Lino Cardarelli, Segretario Generale per l'Unione del Mediterraneo, analizzano il peso della disoccupazione giovanile dei laureati e dei diplomati nel determinare gli eventi sovra citati.
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A cura di Anna Maria Volpe
Video:
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Scoppiano focolai di rivolta nei paesi del Mediterraneo: il ruolo della disoccupazione giovanile dei laureati e diplomati
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