di Alice Fumagalli

Come riuscire a ridere dell'Apartheid

Peter Brook e la compagnia Thèatre des Bouffes du Nord sbarcano all'Arena del Sole con lo spettacolo Sizwe Banzi est mort, l'ultimo capitolo, insieme a Le Costume e Tierno Bokar , di quella che potrebbe essere definita la 'trilogia africana' del regista anglo-parigino. Anche in questo spettacolo, infatti, emergono i nodi della società africana fatta di contraddizioni, profondo razzismo, disuguaglianze ma anche di una spiritualità e di un attaccamento a quegli affetti e quelle tradizioni che l'occidente sta sgretolando sempre di più. Sizwe Banzi est mort nasce dall'adattamento di una commedia dello scrittore sudafricano Athol Fugard, grande osservatore della realtà del proprio paese, sia nel periodo dell'Apartheid che in quello del postapartheid. La narrazione comincia con Styles, un operaio sudafricano della Ford che decide di abbandonare una vita di sfruttamento per aprire uno studio fotografico. L'incipit, che già fa affiorare la grottesca e drammatica realtà dell'Apartheid, prepara il terreno per il nucleo del racconto: la vicenda, ormai quasi archetipica nella nostra contemporaneità, narra di Sizwe Banzi, uomo del contado, che giunge in città per trovare lavoro nella 'grande fabbrica' ma deve scontrarsi con una burocrazia indifferente (e insofferente) che non riesce a garantire nemmeno i più elementari diritti di sopravvivenza. L'occasione di diventare un 'uomo' si presenta quando Banzi, complice un astuto amico, trova il cadavere di un uomo a cui deciderà di rubare l'identità, garantita da un permesso di soggiorno e un lavoro ben retribuito. La narrazione, come da sempre è nella tradizione di Brook, è affidata nella sua quasi totalità agli attori che si servono dei pochi e poveri elementi presenti sulla scena per ricreare i luoghi, gli oggetti e i personaggi che pervadono il racconto: i due attori Habib Dembélé e Pitcho Womba Konga, infatti, riescono, attraverso l'immediatezza della loro interpretazione, a far emergere quel candore tipico della mimica africana fatta di semplici gesti e tanti suoni che rendono la narrazione fortemente descrittiva e (amaramente) esilarante. Il racconto si snoda attraverso molteplici elementi e, tra le pieghe di questa commedia si percepisce un mondo in cui la quotidianità è costantemente pervasa dal dramma di essere schiavi nel proprio paese: i controlli alla popolazione (nera) perpetrati dalla polizia (bianca) sono pressoché continui, il proprio numero di identificazione (che rievoca scenari da penitenziario o da lager) è quasi più importante del proprio nome e rimane tristemente condivisa l'idea che un morto (nero) in più o in meno, non faccia alcuna differenza. Attraverso questo spettacolo si ha la sgradevole sensazione che i numerosi chilometri di distanza che ci separano dalla realtà sudafricana riescono ad essere compensati dall'amara consapevolezza che 'tutto il mondo è paese' e che lo sfruttamento, l'ingiustizia e l'intolleranza nei confronti di popolazioni 'facilmente ricattabili' rimangano tra le poche garanzie che forse siamo in grado di offrire.