di Maria Renda

Il povero Riccardo III
Di Alfonso Benadduce
Teatro San Martino, dal 19 al 21 Marzo 2009

"Shine on, beautifull sun": detto così, con un gesto vago della mano. Come a dire vai sole, vai pure anche, recita anche tu la tua parte.
Recitando la sua, Alfonso Benadduce trova sensi nuovi, intenzioni inattese per i versi di Shakespeare. E non è affatto poco.
Dando per scontata la conoscenza della celeberrima trama, l'autore (ma sarebbe meglio dire il dramaturg) può permettersi di tralasciare i dettagli della vicenda per proporre il suo punto di vista su Riccardo. E ne fa un attore che, da solo in scena, racconta la sua storia e stancamente, cinicamente, quasi fosse costretto, mette in atto la sua parte. Compiaciuto e disperato. Decadente e forte. Una specie di Ubu Roi che però non conserva niente della marionetta, ma al contrario ha consistenza umana, "natura fisica" come spesso lui stesso ripete.
Se il fatto di rendere Riccardo III come un essere istrionico non è una novità, la cosa veramente geniale è come il regista arriva a questa sintesi. Il personaggio Riccardo ha delle caratteristiche intrinseche (protagonismo, ambizione sfrenata, solitudine estrema) che si sposano perfettamente con l'idea di un attore; ma è molto interessante il fatto che sia proposto come un attore che recita suo malgrado. Quando poi ci si ricorda che anche questo elemento è presente in Shakespeare (parafrasando, nel monologo iniziale Riccardo stesso dice che è la sua natura di storpio che lo costringe a fare il malvagio), e quando ancora si nota come tutto questo si traduca in un modo particolarissimo di trattare il testo, allora si rimane ammirati dalla finezza di Benaduce, oltre che dalle sue evidenti capacità attoriali.
Il lavoro sul testo, si diceva, è fine e geniale. E', o almeno questo appare sulla scena, un lavoro attoriale, che difficilmente si riesce a scindere dall'interpretazione. Frasi ripetute, spezzoni di monologo riproposti, dialoghi interamente messi in bocca al guitto. Riccardo che interpreta tutte le parti: frasi famose buttate via come il delirio di un ubriaco, versi poetici bruciati e poi riproposti, parole chiave che riemergono ogni tanto. E' come se l'incubo finale di Riccardo, ossia la scena famosa in cui i fantasmi della sua vita gli compaiono per madedirlo, si dilatasse fino a fagocitare tutta l'opera.
Un mattatore in scena, dunque, e la presenza di due piani: il personaggio e l'attore, che si fondono grazie ad alcune caratteristiche di Riccardo.
Tutti gli altri personaggi sono di contorno, in alcuni casi potrebbero non esserci. In particolare, in tutta la prima parte, gli interventi esterni, per quanto accattivanti, rischiano di apparire degli espedienti inseriti per puntellare il lungo monologo dell'attore/Riccardo. Per esempio: quando la lunga tirata di Riccardo viene interrotta da un bisbiglio dietro le quinte, che subito dopo scopriamo essere la voce di una delle attrici che, fuori scena e copione in mano, suggerisce al protagonista. Questo crea un siparietto simpatico, con una bella funzione demistificatoria rispetto ai meccanismi della scena, e serve inoltre a portare l'attenzione sulla presenza di due piani di realtà, la realtà della storia e la realtà di chi interpreta. Questo tema della demistificazione però non ha uno sviluppo successivo, o meglio, cambia di segno nella seconda parte, per cui l'elemento isolato rischia di diventare una trovata scenica fine a se stessa.
Diversamente, nella seconda parte anche gli interventi dei comprimari si fondono bene, e lo spettacolo diventa davvero coinvolgente. Forte come pochi.