Il mare in tasca
Immagine della compagnia Teatro de los Alpes
Lo spettacolo di César Brieè spettacolo divino e profano al contempo, alto e basso, illuminato e grezzo. Come un mare grande, immenso e blu, che però sta giusto in una piccola tasca. Perché? Diciamo per tre motivi, almeno.
In primo luogo perché lo spettacolo di César Brie è spettacolo di un attore che non può più essere attore. Lui, attore, al risveglio scopre di essere diventato un prete. Piuttosto che uno scarafaggio kafkiano. Chiede spiegazioni, basito, alienato, ma è dio stesso a zittirlo. Sei un prete su un palco di teatro, ma non ti provare a recitare la parte del prete. è un dio dalla voce grossa, tangibile, presente. Occorre necessariamente fare quel che comanda, non recitare. L'attore, è dunque un prete.
In secondo luogo perché lo spettacolo di César Brie è spettacolo di una sofferenza ridicola. Il corpo dell'attore, e le sue capacità con esso, imbrigliate in una lunga tunica, e sotto una tunica un'altra tunica, uguale. Non c'è modo di cambiare. Non sono previste evasioni, il prete non è un ruolo, il prete è l'attore che si sta distruggendo, e soffre. Soffre anche per i suoi spettatori, marionette sul palco, che non lo riconoscono, e quindi se ne vanno. E soffre il pubblico, perché il corpo di César Brie si muove convulso, spasmodico, urlante, spaventosamente contratto nella sua prigione. Ma è un prete dalle molte voci: parla con dio, parla con sé stesso: parla con le marionette, ed è solo la sua voce a sentirsi. Ne escono confessioni amorose imbarazzanti per un prete, predicozzi ficcanti come solo i comici possono permettersi, atti di assoluzioni assolutamente miscredenti: "fate le vacanze intelligenti?, vi assolvo." Il pubblico non dice grazie, ride - forse perché è colpevole.
In terzo luogo perché lo spettacolo di César Brie è uno spettacolo di pochi elementi che racchiudono una moltitudine di simboli. la gamba di un letto che si fa croce di cristo, e passione di cristo, due strisce di stoffe che si fanno cielo e mare, una porta che diventa vaglio del destino fra la vita e la morte, una mela mangiata che si fa attore, mangiato consumato e quindi rigettato, e perfino una colomba bianca - che resiste all'attore e al prete, macchia pura nello spazio contaminato del proscenio. Quando lo spettacolo e la vita del prete finiscono - e sopravvive l'attore.
In primo luogo perché lo spettacolo di César Brie è spettacolo di un attore che non può più essere attore. Lui, attore, al risveglio scopre di essere diventato un prete. Piuttosto che uno scarafaggio kafkiano. Chiede spiegazioni, basito, alienato, ma è dio stesso a zittirlo. Sei un prete su un palco di teatro, ma non ti provare a recitare la parte del prete. è un dio dalla voce grossa, tangibile, presente. Occorre necessariamente fare quel che comanda, non recitare. L'attore, è dunque un prete.
In secondo luogo perché lo spettacolo di César Brie è spettacolo di una sofferenza ridicola. Il corpo dell'attore, e le sue capacità con esso, imbrigliate in una lunga tunica, e sotto una tunica un'altra tunica, uguale. Non c'è modo di cambiare. Non sono previste evasioni, il prete non è un ruolo, il prete è l'attore che si sta distruggendo, e soffre. Soffre anche per i suoi spettatori, marionette sul palco, che non lo riconoscono, e quindi se ne vanno. E soffre il pubblico, perché il corpo di César Brie si muove convulso, spasmodico, urlante, spaventosamente contratto nella sua prigione. Ma è un prete dalle molte voci: parla con dio, parla con sé stesso: parla con le marionette, ed è solo la sua voce a sentirsi. Ne escono confessioni amorose imbarazzanti per un prete, predicozzi ficcanti come solo i comici possono permettersi, atti di assoluzioni assolutamente miscredenti: "fate le vacanze intelligenti?, vi assolvo." Il pubblico non dice grazie, ride - forse perché è colpevole.
In terzo luogo perché lo spettacolo di César Brie è uno spettacolo di pochi elementi che racchiudono una moltitudine di simboli. la gamba di un letto che si fa croce di cristo, e passione di cristo, due strisce di stoffe che si fanno cielo e mare, una porta che diventa vaglio del destino fra la vita e la morte, una mela mangiata che si fa attore, mangiato consumato e quindi rigettato, e perfino una colomba bianca - che resiste all'attore e al prete, macchia pura nello spazio contaminato del proscenio. Quando lo spettacolo e la vita del prete finiscono - e sopravvive l'attore.
Teatro de Los Andes
IL MARE IN TASCA
Storia di un attore che, svegliatosi, scopre di essere stato trasformato in un prete
di e con César Brie
scenografia, testo, regia e interpretazione: César Brie
musicista: Lucas Achirico
sito della compagnia Teatro de los Andes in spagnolo www.utopos.org/LosAndes/Andes.htm
intervista a César Brie fondatore con con Naira Gonzales e Giampaolo Lalli, del Teatro de Los Andes: www.regione.piemonte.it/piemontedalvivo/interviste/int_cesarbrie.htm
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